Il tasso d’inflazione negli Stati Uniti è salito a marzo: +3,3%. Non è un rialzo folle, ma è comunque un dato che si discosta dall’inflazione «ottimale», fissata come obiettivo dalla Federal Reserve, che è del 2%. C’entra la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi mondiali dell’energia. È quindi un rialzo che può essere domato se la «strana tregua» dovesse sfociare in un vero negoziato e quindi stabilizzare i mercati energetici.
Si è soliti dire che l’America gode di una posizione invidiabile in questa crisi energetica: ha in casa propria tutto il gas e petrolio che le servono. Sappiamo anche che questa affermazione – verissima, fin dai tempi della rivoluzione tecnologica dello shale gas e del fracking, durante la presidenza Obama – deve accompagnarsi con delle precisazioni.
Per quanto autosufficiente l’America è esposta in qualche misura all’andamento globale dei prezzi perché il mercato dell’energia è aperto, le sue compagnie possono vendere al migliore offerente, e se i prezzi schizzano al rialzo in Asia o in Europa qualcosa si trasmette anche nei distributori americani. Inoltre ci sono alcune categorie di prodotti derivati, come i fertilizzanti, per i quali anche gli Stati Uniti sono in una certa misura




