«Io non vedo una questione settentrionale e una questione meridionale, ma esiste una questione nazionale». Le parole pronunziate ieri da Giorgia Meloni al Senato, nei fatti, sembrano chiudere — almeno a parere del Governo, perché dall’opposizione sono piovute critiche feroci — una storia che per i più ha origine ben 153 anni fa, nel 1873, allorché l’avvocato e giornalista friulano Antonio Billia, esponente dell’estrema sinistra, utilizzò per la prima volta in Parlamento il termine «questione meridionale» per definire la disastrosa situazione economia del Mezzogiorno rispetto alle altre regioni del Paese. Ora, al di là del fatto che alcuni studiosi contestano questa ricostruzione, spostando la nascita dell’espressione un paio di decenni più avanti, resta l’odierno dato politico. Che evidentemente non è di poco conto. Certo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha tenuto a precisare che l’Esecutivo «continuerà a investire per il Sud», ricordando che «è proprio grazie al lavoro fatto fino ad oggi che il Mezzogiorno non è più il fanalino di coda della nazione»; però è altrettanto vero che la prima novità — annunciata sempre ieri a Palazzo Madama — riguarda l’intenzione di estendere «alcuni meccanismi» della Zes Unica, finora quasi esclusivamente limitata al Sud (con risultati più che positivi), a




