
di Marta Serafini
In città non ci sono rifugi né sirene e intanto continua la conta dei morti
DALLA NOSTRA INVIATA
BEIRUT – «Solo oggi ne abbiamo tirati fuori dalle macerie altri trenta». Ha lo sguardo fisso Hassan, paramedico della protezione civile libanese. Dieci minuti, cinquanta aerei, centosessanta missili, cento obiettivi, centinaia di vittime, tra morti e feriti.
Beirut, signora del mondo, si risveglia sotto le macerie ferita al cuore mentre il mondo intorno a lei è impazzito del tutto. Se l’Oscurità eterna di Israele prova a calare sul Libano, neanche il sole di maggio osa farsi vedere sulla Corniche e sulle Raouché Rocks. Nemmeno Manara e i quartieri più di lusso sono stati risparmiati. Un palazzo di otto piani ora se ne sta lì sventrato in due, con i tappeti che penzolano nel nulla mentre pezzi di cornicione si aggrappano all’aria. Chi ci abitava? Forse Ali Yusuf Harshi, il consigliere del leader di Hezbollah Naim Qassem, quello che l’Idf dice di aver eliminato? «Tutto questo per ammazzare il segretario del segretario», dice a bassa voce una ragazza mentre aspetta un’amica che ha perso il padre in quel cumulo di macerie e polvere.
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