
di Guido Saracco
Non ne produciamo abbastanza per il nostro fabbisogno e quindi ricorriamo alle importazioni. Il suo impatto climatico continua a giocarsi soprattutto nei campi: acqua, fertilizzanti, rese, qualità
In Italia pane e pasta non sono solo alimenti, ma anche abitudini, identità, paesaggio, tradizione. Ci nutrono con carboidrati, ma anche con proteine vegetali, fibre, vitamine del gruppo B e minerali. Dietro questi due simboli nazionali, però, ci sono due filiere distinte: il frumento tenero per pane, biscotti e farine, quello duro per semole e pasta.
L’Italia però non produce abbastanza grano per coprire il proprio fabbisogno industriale. Le ragioni sono tre: economiche, perché il mercato del frumento è esposto a forti oscillazioni di prezzo; qualitative, perché una parte dell’industria cerca grani con caratteristiche tecniche e proteiche che l’offerta nazionale non garantisce sempre; climatiche, perché eventi estremi, siccità e piogge irregolari rendono più instabili rese e qualità. Nel 2024 il frumento tenero italiano si è attestato a 3,1 milioni di tonnellate su 572 mila ettari, mentre il duro è sceso a 3,5 milioni di tonnellate, minimo dell’ultimo decennio. Per il grano duro il tasso di autoapprovvigionamento era al 56% nel 2023; nel 2011 era al 79% e




