
di Giuseppe Sarcina
Centrale la figura del capo dell’esercito di Islamabad, ridimensionato il peso del presidente turco Erdogan. Non interpellati i Paesi del Golfo. Sullo sfondo la Russia di Putin. Da sabato si riparte con il summit tra americani e iraniani a Islamabad: sul tavolo una (nuova) bozza in dieci punti presentata da Teheran
Questa volta l’ultimatum di Donald Trump era apparso fin da subito esagerato anche per i suoi standard: «Potrei cancellare la civiltà iraniana, far tornare il Paese all’età della pietra». I mediatori erano, invece, preoccupati perché sembrava difficile trovare una formula che consentisse al presidente americano di dichiarare vittoria, senza umiliare Teheran. Da giorni ci stavano lavorando i diplomatici di Pakistan, Egitto e Turchia. Con il passare del tempo, il ruolo di Asim Munir, capo dell’esercito pachistano è diventato centrale.
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Per quale motivo? Le spiegazioni più quotate sono due. La prima è che l’atteggiamento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan fosse troppo ostile nei confronti di Israele, cioè di una delle parti in causa, anche se Benjamin Netanyahu non sarebbe stato coinvolto direttamente nella trattativa, condotta esclusivamente da Washington. La seconda è che Munir si muovesse




