Il rabarbaro è una pianta dalla lunga storia d’uso, impiegata sia in ambito alimentare sia in quello fitoterapico. Nella tradizione erboristica, infatti, si utilizzano principalmente le radici e il rizoma, la parte sotterranea del fusto, dove si concentrano le sostanze ritenute di maggiore interesse farmacologico. Tra queste spiccano i sennosidi, noti per la loro azione lassativa, e l’emodina, una molecola che agisce sulla motilità del tratto intestinale. A queste si aggiungono altri principi attivi che, secondo diversi studi, sembrano contribuire a un’azione antimicrobica e a effetti sul metabolismo dei lipidi.

Rabarbaro: la pianta che unisce cucina e fitoterapia
Rabarbaro: come utilizzarlo e cosa evitare
Se in ambito gastronomico il rabarbaro è apprezzato per il suo gusto acidulo e per la versatilità in preparazioni dolci e salate, è nel mondo della fitoterapia che emerge la sua complessità. L’impiego del rabarbaro è legato soprattutto al benessere intestinale, ma non solo. Nella pratica fitoterapica viene utilizzato per favorire la regolarità, contrastare la stitichezza e, in alcuni casi, intervenire su disturbi come il bruciore di stomaco o la diarrea. Si tratta di una pianta che agisce su più livelli, ma




