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«Gina Lollobrigida – Diva contesa», quando la vita reale supera la finzione

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di Aldo Grasso

La Lollo, icona di un cinema che fu sogno collettivo, appare nella docuserie disponibile su Hbo Max anche come donna vulnerabile, ostinata, talvolta contraddittoria

Romanzone popolare. C’è qualcosa di irrimediabilmente italiano — e insieme universale — nel racconto della «Bersagliera» che la docuserie Gina Lollobrigida: diva contesa, disponibile su Hbo Max, restituisce con misura e insieme con inevitabile attrazione per il melodramma.

Tre episodi bastano a comporre un affresco che non è soltanto biografico, ma quasi antropologico: la parabola di una diva che, nel crepuscolo della propria esistenza, diventa epicentro di una contesa familiare e giudiziaria dai tratti quasi letterari.

Il merito principale della serie è quello di sottrarsi — almeno in parte — al ricatto del sensazionalismo tv che negli ultimi anni ha accompagnato il «caso Lollo».

Qui il materiale, pure incandescente, viene ricomposto secondo una grammatica narrativa più fredda: atti processuali, registrazioni, testimonianze. Eppure, sotto la superficie, ribollono temi da feuilleton.

Attorno al patrimonio economico e simbolico della diva si muovono figure che sembrano archetipi più che persone: il figlio, Milko Skofic, custode inquieto ed esautorato; il manager Andrea Piazzolla, presenza ambigua e preminente; l’ex marito Francisco Javier Rigau, figura

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