
Apparteneva al 48° Fighter Wing dell’Usaf lo F-15E Strike Eagle abbattuto il 3 aprile scorso in Iran, mentre operava nel cielo della provincia di Isfahan. L’equipaggio si lancia, entrambi gli ufficiali si salvano ma dei due, l’operatore ai sistemi d’armamento (Wso) atterra con il paracadute nel territorio nemico e lì si nasconde. Si scatena una caccia doppia: degli iraniani per trovarlo, degli americani per salvarlo. E quest’ultima è stata l’operazione di ricerca e soccorso armata più complicata degli ultimi 45 anni.
Mentre il pilota viene recuperato neppure sette ore dopo l’abbattimento, mentre era giorno, seppure inviando squadre a bordo di elicotteri che devono sparare per proteggersi e prendere il loro commilitone, del Wso non c’è traccia e nessuno sa dove si trovi. Ma un ufficiale dell’Usaf catturato dal nemico in questa fase del conflitto avrebbe rappresentato un grande motivo negoziale sul piano politico, oltre a segnare un punto pesante a favore di Teheran, che avrebbe finalmente dimostrato al mondo che le sue difese sono efficaci e il risultato della guerra tutt’altro che scontato.
Su tutto c’è il principio della dottrina «No man left behind», nessun uomo viene lasciato indietro, che ha un effetto di coesione incalcolabile tra popolazione




