Mentre scatta il conto alla rovescia verso l’ultimatum lanciato al regime iraniano, Donald Trump mantiene il suo stile caotico e brutale. Nella conferenza stampa di martedì, il presidente americano ha espresso minacce violente, ma al netto della retorica aggressiva emergono due novità sostanziali.
La prima, problematica, è la minaccia di colpire infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche. Un disastro umanitario annunciato, che rischia di alienare il consenso della popolazione iraniana: all’inizio maggioritaria a favore di un intervento Usa-Israele contro gli ayatollah, potrebbe rivoltarsi se il Paese piombasse nel buio e nel caos totale.
L’elemento più interessante, invece, è positivo: Trump ha reso essenziale per qualsiasi tregua la riapertura dello Stretto di Hormuz. Da lì transita il petrolio diretto in Asia ed Europa, non negli Stati Uniti. Nonostante le critiche feroci alla Nato – vecchie come le crisi atlantica del 1956, nate da shock petroliferi mediorientali – e al Giappone, l’ex presidente tiene conto degli alleati. Rivela una alleanza operativa intatta: basi come Ramstein in Germania restano aperte alle operazioni Usa, vitali per successi come il recente salvataggio di due avieri in Iran. La crisi della Nato è politica – il consenso europeo verso Washington ai minimi,




