di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
La dichiarazione per il recupero dell’Ici 2006-2011 slitta al 30 settembre e i pagamenti a fine ottobre. Bruxelles impone il recupero, ma tra rinvii e tagli il conto in 10 anni si è ridotto da 5 miliardi a 500 milioni
Ancora una proroga. L’ennesima. La vicenda del recupero dell’Ici non versata dagli enti non commerciali tra il 2006 e il 2011 — in gran parte riconducibili al mondo ecclesiastico — si arricchisce di un nuovo capitolo che, più che chiarire, conferma una costante tutta italiana: la difficoltà di chiudere davvero le partite fiscali più controverse.
Il termine per presentare la dichiarazione slitta dal 31 marzo al 30 settembre, con pagamenti rinviati a fine ottobre. Una decisione formalmente tecnica, approvata in Conferenza Unificata, ma sostanzialmente politica. Perché questa non è una pratica come le altre: è il tentativo, tardivo e incompleto, di dare esecuzione a un obbligo imposto dall’Unione europea oltre dieci anni fa.
Una storia lunga, e sempre incompiuta
Il punto di partenza è noto. L’esenzione Ici concessa agli enti non commerciali — inclusi molti immobili della Chiesa — è stata giudicata dalla Corte di giustizia Ue un aiuto di Stato incompatibile




