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L’Ai non vi ruberà il lavoro, ma attenzione all’eccessiva delega cognitiva: «Non smettete di pensare»

di Laura Magna

Il vero allarme è culturale: «Il rischio più grave non è perdere il posto. È smettere di pensare», dice Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica alla Statale di Milano

Gli esegeti della fine del lavoro umano per mano dell’Ai si moltiplicano. Ma hanno ragione? «Un esempio che si fa sempre è quello dei traduttori umani destinati a scomparire», dice al Corriere.it Giovanni Ziccardi, autore e docente per Lefebvre Giuffrè sui temi del diritto dell’informatica, tra i pionieri in Italia nello studio del rapporto tra diritto e tecnologie digitali e dell’innovazione tecnologica, nonché professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano. «In parte è vero che alcune funzioni interpretative saranno del tutto sostituite dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, c’è qualcosa che solo un umano può fare e non cambierà. Quando Einaudi decise di tradurre il Processo di Kafka, ingaggiò Primo Levi, che era uno scrittore e che portò nel testo, a sua volta diventato un best seller, la sua esperienza nei campi di sterminio, la sua sensibilità, la sua storia. Questo non sarà sostituito: invece le traduzioni di routine – verbali di condominio, comunicati stampa, lettere burocratiche – sono già appannaggio dell’Ai. In altre parole l’Ai

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