Sui mercati si era creata l’attesa di un annuncio sulla fine della guerra: delusione. Le aspettative su una svolta erano legate anche alla solennità del «discorso alla nazione». Mercoledì sera per la prima volta Trump si è deciso a spiegare agli americani perché le loro forze armate stanno combattendo in Iran. Finora lo aveva fatto in modo frammentato, disordinato, con brevi proclami sui social o caotiche conferenze stampa, accumulando contraddizioni e incoerenze. Mercoledì sera ha parlato di una guerra che sta andando bene sul fronte militare perché ha intaccato in modo sostanziale la capacità bellica del regime degli ayatollah, ma non al punto da poter cessare subito. Continuerà ancora per due o tre settimane, o forse di più: finché Teheran non sarà più in grado di nuocere. Di nuocere a chi?
Un tema interessante nel discorso di ieri sera riguarda gli alleati. Trump continua a disprezzare gli europei anche se non ha rilanciato la minaccia di uscire dalla Nato. Ha però incluso negli obiettivi della guerra la sicurezza di Israele e dei paesi arabi. Questi ultimi, in particolare quelli che si affacciano sul Golfo, sono minacciati quanto Israele e sono produttori di energia. Metterli al riparo dagli attacchi iraniani significa




