
di Guido Olimpio
Un roteare di propositi, obiettivi proclamati e cambiati, ordini e contrordini. Ma alla fine c’è anche lo scenario di una missione lasciata a metà
Donald Trump è come una pallina da flipper sulla mappa del mondo. Rimbalza dal Medio Oriente al Venezuela, dall’Ucraina a Cuba, dalla Nato al Golfo Persico. Un roteare di propositi, obiettivi proclamati e cambiati, ordini e contrordini. Che alla fine confondono al punto che non si comprende quali siano e se nascondano dei diversivi. La crisi iraniana è indicativa.
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Quando è esplosa la rivolta popolare, il presidente ha gridato ai giovani iraniani «stiamo arrivando», ma il tema è finito nelle retrovie sostituito dall’annuncio di disegni ambiziosi: cambio di regime e stop al programma nucleare degli ayatollah. Almeno questi erano i due punti cruciali all’inizio di Epic Fury. Si sono aggiunti in corsa gli scenari di azioni terrestri sulle isole (Kharg o Abu Musa), i blitz per mettere sotto controllo i centri atomici, mosse per liberare Hormuz e minacce di cancellare ogni infrastruttura della Repubblica islamica.
Lunedì il segretario di Stato Marco




