
di Massimo Franco
Nel Pd la tentazione di utilizzare l’incontro con l’uomo di Trump per attaccare Conte ma anche il timore che si rompa un’alleanza fragile
A guardare bene, la colazione romana tra il capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, e l’uomo di Donald Trump in Italia, Cesare Zampolli, sorprende solo in parte. Da quando ha aderito alle primarie delle sinistre subito dopo l’esito del referendum sulla Giustizia, la sua virata verso posizioni «presidenziali» è stata vistosa: a cominciare da una difesa inedita dell’Ucraina dopo anni di attacchi a Kiev, Ue e Nato. Il pranzo, rivelato da Libero , con l’emissario trumpiano, conferma solo la sua abilità camaleontica: quella che tra il 2018 e il 2020 lo portò a guidare prima un governo con la Lega, poi col Pd. E siccome Conte si vede già candidato a Palazzo Chigi dopo primarie «aperte», attaccare gli Usa in Parlamento e poi sedersi a tavola tornando il «Giuseppi» del passato non è stata ritenuta una contraddizione.
Il problema, semmai, sarà di contenere le reazioni di quanti, nel Pd ma anche nel M5S, useranno l’episodio per frenare la sua corsa. Conte si è giustificato dicendo che si trovava in un luogo




