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Tagli a Transizione 5.0 e tensioni con gli industriali, il centrodestra si difende: «È un’operazione d’emergenza»

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di Martina Zambon

La scelta del governo «necessaria». Zaia: «Ora tocca alla Ue sospendere il patto di stabilità»

La scure del Mef, il dicastero dell’Economia e Finanze, retto dal leghista Giancarlo Giorgetti, sui fondi di Transizione 5.0 ha suscitato un’alzata di scudi indignata da parte di Confindustria. Di fatto, il decreto fiscale di venerdì dispone un taglio di Transizione 5.0 per le aziende in lista d’attesa. Risorse esaurite, quindi. E chi aveva fatto investimenti digitali ed energetici riceverà solo il 35%.

Una scelta dagli effetti retroattivi che ha, parole degli industriali, «rotto il patto di fiducia con il mondo produttivo». Va detto che Transizione 5.0 era nata male e finita peggio con i pasticci di fine 2025 usciti dal Mimit, Imprese e Made in Italy retto dal meloniano Adolfo Urso. Ma la mazzata più recente porta soprattutto la firma di un leghista di primo piano come Giorgetti. E accade all’indomani delle rivendicazioni leghiste sull’attenzione dovuta al Nord produttivo. Difficile soprattutto per la Lega criticare apertamente Giorgetti che ha dovuto trovare in fretta centinaia di milioni per finanziare il contenimento del caro carburanti legato agli scenari bellici. Eppure l’attacco frontale delle imprese brucia alla Lega-sindacato del Nord e

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