Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, convinti di essere destinati a qualcosa di più nobile di una donna e un impiego in banca. E invece, in qualche modo, siamo finiti da Pierluigi Diaco.
Strano destino, quello di Gino Paoli: una vita spregiudicata, intensa, bohémien — con dentro tutto il repertorio possibile, dal tentato suicidio all’alcol, dalla droga agli amori celebri, fino alle ferite insanabili come la morte del figlio Giovanni — attraversata da una profonda vena esistenzialista. E poi, a tirare le somme in prima serata, arriva l’orazione funebre affidata al più conformista, al più convenzionale, al più diligentemente opportunista dei conduttori. Così va il mondo, e pure il telecomando.
Il problema vero è che “Per sempre Gino” (Rai1) è stato, per molti versi, uno spettacolo imbarazzante. Soprattutto se confrontato con la serata che Fabio Fazio ha dedicato a Ornella Vanoni sul Nove: lì emozione, misura, interpretazioni e perfino qualche salutare silenzio. Qui invece era tutto un parlare, un commentare, un sovrapporre. Gino Paoli spiegato da Alba Parietti, analizzato da Fausto Bertinotti — che a un certo punto ha evocato pure Umberto Eco, la divisione in generi, alto e basso (spoiler: eravamo molto in basso) — e infine




