
di Monica Guerzoni
La sferzata dell’ex ministra sulla leadership: «Io vorrei qualcuno che metta insieme Schlein e Conte, perché ora non si mettono nemmeno a un tavolo. E un nome ce l’ho…»
Federatore, facilitatore, grande mediatore, un po’ arbitro e un po’ regista. Uno insomma che «metta insieme» Elly Schlein e Giuseppe Conte, che «li faccia sedere a un tavolo a lavorare». Niente cene in villa in stile Giorgia Meloni, ma «un panino e via», perché trovare la quadra su un programma progressista non sarà un pranzo di gala. La suggestione di Rosy Bindi fa discutere Pd e M5S e apre un nuovo fronte di tensione nel campo largo. Terra la cui fertilità, da almeno due decenni, è messa a rischio da un’erba altamente infestante: il tafazzismo.
La storia del federatore non è nuova. Nei dintorni del Pd se ne parla sottovoce da mesi, soprattutto in quelle aree del partito dove alberga il timore che «Elly», per quanto abile a unire e risollevare il partito, non abbia il «quid» per battere Meloni. Ma è dopo la vittoria del No che il tema del terzo nome ha preso ad agitare gli animi. A dar voce al fantasma è




