«La pelle del mondo» (Rai 3) è uno di quei rari programmi di cui si avrebbe una gran voglia di scrivere bene. Intreccia ecologia, botanica ed etica, proponendo un cambio di visione necessario: smettere di consumare la Terra e iniziare a proteggerne la superficie. Un racconto basato su solide ricerche scientifiche, lontano dall’allarmismo.
Chiedo scusa per l’intrusione personale: sono nato in un paesino delle Langhe dove c’è un arboreto di tre ettari che ospita 4.000 specie di piante e alberi da tutto il mondo, tra cui una sequoia. In vita mia avrò piantato più di cento alberi. Eppure, nonostante tutto l’amore possibile per le piante, il programma non funziona; dispiace scriverlo. Lo scienziato Stefano Mancuso, che ha scritto il programma con Davide Savelli, parla di connessione, architettura naturale e sopravvivenza planetaria.
La «pelle» del titolo è il suolo, quel sottile strato biologico che separa il cuore minerale del pianeta dall’atmosfera. Mancuso ci guida attraverso l’idea che questa epidermide sia un tessuto vivo, senziente e interconnesso, dove le piante non sono semplici comparse, ma le vere protagoniste del design terrestre. Non usa il tono cattedratico del professore, ma quello di un esploratore di concetti.
Perché allora il programma non convince e




