
Verrebbe voglia d’invocare Aristofane – autore di commedie che bilanciavano le tragedie greche – che dichiarava: «Portami un po’ di vino acché possa bagnare la mia mente e dire cose d’intelletto», perché il mondo dei vignaioli in Italia e in Francia appare in preda a un’ubriacatura negativa e vaga nella nebbia di cifre sempre più preoccupanti.
Tornano oggi dal ProWein, la rassegna che un tempo a Düsseldorf riempiva i copia-commissione, un po’ mogi. I tedeschi volevano prezzi stracciati, ma compravano tanto. La fortuna del Prosecco è cominciata proprio lì. In complesso il Prosecco Doc (quello che costa meno) vende all’estero oltre mezzo milione di bottiglie e la Germania è il terzo cliente.
Il vino italiano tra dazi e l’insidia Mercosur
Anno funesto però il 2026 per il vino italiano: ci sono i dazi di Donald Trump, ma non è che l’Ue ci tratti meglio. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione italiana vini, ha esultato per l’accordo Mercosur (i vignaioli sono i soli agricoltori soddisfatti) perché in potenza quei Paesi sono un mercato d’espansione. Vendiamo lì vino per 2,8 milioni (una miseria), ma si può crescere.
Però, appena Ursula von der Leyen ha ratificato il trattato – passando sopra al Parlamento di Strasburgo




