Lo storico dell’economia Niall Ferguson non appartiene alla schiera dei pessimisti cronici, eppure oggi evoca lo shock petrolifero del 1973, quello che trasformò una crisi regionale in una recessione globale. La sua tesi è semplice e inquietante: stiamo già percorrendo lo stesso sentiero. Secondo lui lo schema si ripete con una regolarità quasi meccanica.
Prima un’azione militare americana a sostegno di Israele. Poi la reazione dell’avversario — oggi l’Iran — che non si limita al campo di battaglia ma colpisce il cuore dell’economia globale: il petrolio. Infine, quando i mercati iniziano a tremare, arriva il riflesso condizionato della Casa Bianca: rallentare, negoziare, guadagnare tempo.
È una dinamica che Ferguson interpreta con la lente della teoria dei giochi.
Donald Trump non è un leader prevedibile: realizza circa metà delle minacce che pronuncia. Questo basta a renderlo credibile. Ma allo stesso tempo introduce un elemento di instabilità permanente: i suoi avversari non possono sapere quando bluffa e quando no.
In un contesto del genere, la risposta più razionale è quella di reagire sempre, e spesso con maggiore forza. È quello che l’Iran sta facendo. Non solo colpendo obiettivi americani o israeliani, ma allargando il conflitto all’intera




