Parliamo di referendum. Non quello sulla riforma della Giustizia, che come è noto ha registrato una grande affluenza ma ha consegnato un Paese spaccato in due e in cui ha prevalso il No, cosa che oltre a mantenere la situazione invariata – scelta della maggioranza degli elettori -, vanifica l’azione legislativa che ha portato fino al quesito referendario, ovvero il tempo che il Parlamento ha dedicato all’approvazione delle nuove norme per due volte in entrambe le Camere, come prevede il dettato costituzionale.
Parliamo di un altro referendum. All’indomani dell’ultima chiamata alle urne, con le sue divisioni e i suoi veleni, torna di estrema attualità un referendum costituzionale che non ci è stato mai proposto. E che, proprio per questo, tutti quanti abbiamo vinto: quello del 2022.
L’11 febbraio di quattro anni fa è stata votata definitivamente la riforma che ha introdotto, nell’articolo 9 della Costituzione, la tutela dell’ambiente e della biodiversità, oltre a quella degli animali demandata alle leggi dello Stato. L’ultimo voto si era concluso con 468 sì, un solo contrario e 7 astenuti. Il referendum confermativo non è stato dunque necessario, essendo l’approvazione avvenuta con un consenso superiore ai due terzi dei parlamentari.
La modifica apportata




