
di Filippo Mazzarella
Il film, che ha per protagonista Liv Tyler, adotta le forme di un affresco corale sempre in bilico tra eros e thanatos
29 marzo 1996. Con l’uscita nelle sale italiane di Io ballo da sola/Stealing Beauty (poi in concorso al Festival di Cannes), Bernardo Bertolucci “ritorna a casa” a quindici anni dal capolavoro incompreso La tragedia di un uomo ridicolo (1981) e dopo l’avventura iniziata con i nove Oscar di L’ultimo imperatore/The Last Emperor (1987) e poi proseguita con Il tè nel deserto/The Sheltering Sky (1990) e Piccolo Buddha/Little Buddha (1993). È un nuovo film di soglia per il maestro parmense, che da un lato segna una riappropriazione “territoriale” e dall’altro si pone come una meditazione crepuscolare su una generazione di artisti e su un universo, quello della borghesia colta e cosmopolita, di cui coglie in pieno la destinazione all’inutilità e al declino. Apparentemente, Bertolucci sembra misurarsi con un racconto di formazione canonico; in realtà, adotta le forme di un affresco corale sempre in bilico tra eros e thanatos dove il corpo della giovanissima protagonista diventa un luogo di rappresentazione della tensione del desiderio e della consapevolezza della circolarità dell’esperienza.
La storia si svolge




