
di Massimo Franco
Dopo la sconfitta al referendum sulla Giustizia, la premier Meloni ora si trova di fronte a una salita insidiosa. Ma anche l’opposizione, divisa sulla politica estera, è nella stessa situazione
L’aspetto che colpisce di più in questa fase post referendaria, è l’origine delle tensioni. Quasi tutte nascono nel partito della premier, Giorgia Meloni. E rivelano un tasso di nervosismo e di litigiosità dentro FdI che evidentemente erano latenti da tempo. La sconfitta del Sì alla riforma della giustizia proposta dal governo ha soltanto fatto emergere un malessere strisciante: al punto che c’è da chiedersi se il referendum sia la causa o il sintomo di un affaticamento della maggioranza, lungamente in incubazione. La vicenda della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, rinviata a giudizio per truffa molti mesi fa, e della quale Meloni ha chiesto e ottenuto a fatica le dimissioni, è emblematica.
L’esponente di FdI, vicina al presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è difesa con le unghie fino all’ultimo, sostenendo di non potere essere considerata la causa della sconfitta subìta dalla coalizione. «Pago per tutti», si è lamentata, perché il suo caso è diverso da quelli del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e




