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La storia della «pitonessa» Daniela Santanchè, tra politica e affari: il Twiga, le inchieste e le mozioni di sfiducia (tre in quattro anni di governo)

di Marco Cremonesi

La ministra del Turismo si è dimessa dopo la richiesta di passo indietro arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni. L’accusa più pesante della Procura di Milano: truffa ai danni dell’Inps

Daniela Santanchè si è dimessa da ministra del Turismo, cedendo alla richiesta di passo indietro arrivata dalla premier Giorgia Meloni. E lo ha fatto con una lettera destinata a far discutere: «Cara Giorgia – scrive – ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità (…). Ho voluto che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo (…). Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato». 

Cappelli e stivaloni da ranch, Daniela Santanché sembra disegnata, concepita a tavolino per far impazzire la sinistra. Ma bisogna riconoscerglielo, è un’incassatrice fenomenale: «Ogni crisi è una trincea».

In quattro anni di governo colleziona tre mozioni di sfiducia, tutte puntualmente respinte dal centrodestra. C’è chi ha contato quelle sottoscritte da lei nel suo passato d’opposizione: sono 18. Polemiche in crescendo, in parallelo con le vicende giudiziarie che la coinvolgono. 

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