
di Alessandro Sala
Astici, granchi e aragoste torneranno ad essere protagonisti dei pranzi pasquali. La coalizione di associazioni che li tutela chiede che siano banditi metodi di conservazione in vita che comportano per loro enormi sofferenze
Una corazza che la natura ha immaginato per proteggersi dai «normali» predatori (e neppure da tutti) non è sufficiente a prevenire dolore e sofferenza. Se un granchio o un’aragosta si ritrovano ad avere a che fare con quel predatore avvantaggiato che è l’uomo, per loro le cose si mettono davvero molto male. Perché «anche i duri soffrono», come avverte la nuova campagna della coalizione «Dalla parte dei crostacei» – un’alleanza costituita nel luglio dello scorso anno che vede lavorare insieme Ali, Animal Equality, Ciwf, Enpa, Essere Animali, Lav, Leal e Oipa – in vista della Pasqua. Periodo in cui, come a Natale, i banchi delle pescherie e dei supermercati si riempiono di crostacei decapodi (che hanno cioé dieci zampe e, oltre ai due citati, tra quelli che vanno per la maggiore sulle tavole della festa ci sono anche gli astici). Qualche volta già morti e già preparati «in bellavista», sotto gelatina, guarniti di salse e maionesi di vario genere. Ma spesso ancora vivi.
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