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Referendum e governo, la lezione che viene dal Mezzogiorno

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Il referendum sulla giustizia restituisce un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud: da una parte il Mezzogiorno, compatto, dove il No alla riforma Nordio ha ottenuto risultati eclatanti, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria finale (con Napoli divenuta capitale italiana del dissenso e la Campania tutta prima fra le regioni a opporsi alla legge costituzionale); dall’altra il Lombardo-Veneto (più il Friuli), che ha scelto — unica area del Paese, seppur densamente popolata — di dire Sì all’iniziativa del governo Meloni, senza però incidere realmente sull’esito del voto. Una situazione che dovrebbe far suonare un ulteriore campanello d’allarme nella coalizione che regge l’Esecutivo, già investita ieri da un vero e proprio terremoto post-consultazione a livello centrale. E questo per varie ragioni. La prima è squisitamente politica. Nel blocco sudista che ha votato No ci sono diverse Regioni, cinque per l’esattezza, che al pari di molte grandi e medie città, sono guidate dal centrodestra: Abruzzo (con il governatore Marco Marsilio – FdI), Molise (Francesco Roberti – FI), Basilicata (Vito Bardi – FI), Calabria (Roberto Occhiuto – FI) e Sicilia (Renato Schifani – FI). A fronte di sole tre Regioni a trazione progressista: Campania, con Roberto Fico (5S); Puglia con Antonio

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