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Argentina, 50 anni fa il golpe e la fine della democrazia: la storia delle nonne che ancora cercano i nipoti desaparecidos

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di Virginia Nesi

Le abuelas de plaza de Mayo dopo mezzo secolo ancora non si sono arreso: già ritrovati 140 nipoti scomparsi quando erano bambini piccolissimi

Il 23 marzo 1976 il quotidiano La Razón titola in prima pagina: «La fine è imminente». Comincia l’ultimo giorno di democrazia in Argentina. L’esercito, guidato dal generale Jorge Rafael Videla (1925-2013), mette in atto la strategia per prendere il controllo del Paese, allora presieduto da María Estela Martínez Cartas, nota come Isabelita e terza moglie di Juan Domingo Perón (1895-1974). Nella notte, Isabelita parte con l’elicottero presidenziale verso Olivos, ma, a sua insaputa, i piloti la portano all’Aeroparque di Buenos Aires. Lì viene arrestata. È l’alba del 24 marzo. Inizia il golpe militare. Al potere, si instaura la giunta di Videla, con l’ammiraglio comandante della Marina Emilio Eduardo Massera (1925-2010) e il brigadiere generale dell’Aeronautica Orlando Ramón Agosti (1924-1997).

Scatta il «Processo di riorganizzazione nazionale», un piano basato sulla politica del terrore che combatte gli oppositori al regime – i «sovversivi»- con rapimenti, torture e omicidi. Durante la dittatura (1976-1983), oltre 30 mila persone vengono fermate, arrestate e fatte sparire. Diventano desaparecidos. «Catturati, torturati e sepolti come non identificati o gettati

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