di Federico De Rosa
Dalla privatizzazione della Stet nel 1997 all’Opas di Poste: la parabola di Tim dopo decine di dismissioni
A quasi 30 anni di distanza dalla privatizzazione, Tim si prepara a tornare sotto il controllo pubblico. Una perfetta eterogenesi dei fini. Da quando il ministero del Tesoro decise nel 1997 di uscire dal capitale dell’allora Stet (poi Telecom Italia) e di affidare ai privati (il famoso «nocciolino duro» che controllava con il 6,6%) il futuro del gruppo telefonico, è iniziata una parabola discendente che, tra manovre finanziarie, passaggi di mano, continui giri di manager e piani di rilancio rimasti quasi sempre sulla carta, ha portato Tim vicina a non riuscire a stare in piedi da sola.
Ora con l’Opas, Poste riporta tutto al punto di partenza, mettendo il gruppo telefonico al sicuro sotto il cappello dello Stato. Non parliamo più della stessa Tim ma di ciò che resta dopo decine di dismissioni che ne hanno stravolto perimetro e bilancio. Ma è più che sufficiente per puntare a creare la più grande piattaforma di infrastruttura connessa del Paese e un polo tecnologico leader nell’innovazione, come nelle intenzioni del ceo di Poste, Matteo Del Fante.




