di Redazione Economia
Il divario salariale con Germania e Regno Unito è pesante: per i professionisti specializzati in intelligenza artificiale la forbice retributiva resta nell’ordine del 40-50%, denuncia un rapporto della fondazione Leonardo
L’Italia continua a raccontarsi la favola della centralità dei talenti, dell’innovazione come priorità nazionale e dell’intelligenza artificiale come treno da non perdere. Poi però, quando si passa dalle dichiarazioni ai contratti, il copione cambia: stipendi bassi, percorsi ingessati, carriere opache e un mercato che troppo spesso considera i profili tecnici un costo da comprimere invece che un capitale da valorizzare. Risultato: i migliori se ne vanno. E fanno bene.
La fuga dei talenti
Nel settore dell’Ia la fuga dei talenti non è un incidente di percorso, ma la conseguenza quasi inevitabile di un sistema che forma competenze di alto livello e poi si rifiuta di pagarle per ciò che valgono. Da anni il divario salariale con Germania e Regno Unito è noto: per i professionisti specializzati in intelligenza artificiale la forbice retributiva resta nell’ordine del 40-50%, denuncia un rapporto della fondazione Leonardo a cura di Luciano Floridi e Micaela Lovecchio (puoi leggerlo qui). Una distanza enorme, che non può essere nascosta dietro la retorica della




