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Erdogan fa il doppio gioco: invoca Dio contro lo Stato ebraico però si candida a mediatore

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di Monica Ricci Sargentini

L’obiettivo primario della Turchia resta quello di rimanere fuori dalla guerra in Medio Oriente. L’importanza della questione curda

Recep Tayyip Erdogan invoca la distruzione di Israele per opera di Dio e, nelle stesse ore, condanna i raid dello Stato ebraico in Siria come «pericolosa escalation» ma, come aveva dichiarato il 14 marzo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il suo obiettivo primario resta quello di rimanere fuori dalla guerra in Medio Oriente.

Ankara prova a occupare uno spazio intermedio: quello di potenza regionale autonoma, formalmente dentro la Nato ma capace di parlare al mondo musulmano. La retorica durissima contro Israele rafforza questa ambizione e mobilita la base interna sensibile alla causa palestinese. Ma sul piano operativo la linea resta prudente: nessun coinvolgimento diretto, continui richiami alla diplomazia, tentativi di mediazione.

Il motivo è anche interno. Entrare in guerra esporrebbe Erdogan a costi economici e militari difficilmente sostenibili in un Paese già sotto pressione. La cautela strategica diventa così una scelta di autoconservazione, oltre che di prudenza geopolitica. I vincoli, del resto, sono concreti. La Turchia è esposta direttamente al conflitto, come dimostrano i missili iraniani intercettati nello spazio aereo

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