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La posta in gioco di Meloni e Schlein con il referendum: stabilità, leadership e «capri espiatori»

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di Antonio Polito

Giorgia-Elly, una deve difendere il suo ruolo all’estero e l’altra rispondere alle frizioni nel Pd. Cosa può succedere se vince il Sì o il No.

Gli effetti collaterali di una sconfitta su entrambe le leader sarebbero limitati e gestibili. Né Giorgia Meloni né Elly Schlein perderanno il loro lavoro se perderanno il referendum. Nessuna delle due farà la fine di Matteo Renzi che sventatamente (o coraggiosamente?) si giocò la testa sul Sì perché un anno prima del voto lo dava per scontato.

Allo stesso modo, nessuna delle due dovrebbe leggere nelle viscere di una vittoria referendaria il presagio di un trionfo alle prossime elezioni. Troppo diverso il quesito: tra un anno si voterà su tasse, salari e bollette, stavolta «solo» sui magistrati. E, probabilmente, molto diversa sarà la platea elettorale: nonostante il costante calo di affluenza, per il Parlamento non votano soltanto le minoranze attive ma anche la maggioranza silenziosa, temibile e capriccioso giudice della democrazia.

Il danno di una sconfitta potrebbe però essere maggiore per la premier. Paradossalmente, più all’esterno che in Italia. Nei quattro anni passati, Giorgia Meloni ha goduto di un prestigio internazionale che era fatto sopra ogni cosa

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