
di Greta Privitera
Per i leader della teocrazia questo conflitto è una battaglia per la sopravvivenza. E ora pongono condizioni per la sua fine
Chi sta vincendo (e come): una guerra e tre verità/3
L’idea che la Repubblica islamica poserà le armi non appena Donald Trump e Benjamin Netanyahu decideranno di fermare la guerra rischia di rivelarsi l’ennesimo, clamoroso errore di calcolo su un regime che, di sicuro, l’attuale amministrazione americana non ha capito fino in fondo e Israele ha sottovalutato. Gli ayatollah, certo, pregano ogni giorno che smettano di piovere bombe sulle loro città, ma non sono disposti a chinare la testa davanti a un cessate il fuoco fragile, cucito su misura dagli americani e dagli israeliani. «Questa volta è diverso», dicono. Diverso dai tortuosi negoziati nucleari, diverso dalla Guerra dei 12 giorni del 2025.
Nemici giurati
Per i leader della teocrazia, questo scontro si è trasformato in una battaglia per la sopravvivenza, un conflitto esistenziale che non tollera scorciatoie né tregue di comodo. Non si fidano dei nemici giurati che accusano di «tradimento diplomatico» e pensano che una pausa nelle ostilità potrebbe diventare un altro inganno. «Gli eserciti di Netanyahu e Trump riprenderebbero subito




