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«Love Story», la vita dei Kennedy come una soap d’alto bordo

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di Aldo Grasso

Un’operazione nostalgia che conferma come la tv non sappia più inventare miti, ma sia diventata imbattibile nel restaurare quelli che abbiamo già consumato

C’è una foto che lo ritrae mentre, all’età di 3 anni, fa il saluto militare alla bandiera americana stesa sul feretro del padre, un’immagine scolpita nella memoria comune.

Quel bambino è John John Kennedy e, da quel momento, la sua vita non gli è più appartenuta. È diventata un’icona, un’ossessione, un feticcio.

Non stupisce allora che Ryan Murphy, il gran sacerdote del pulp patinato e della cronaca che si fa iconografia, abbia scelto proprio lui per inaugurare il nuovo filone del progetto seriale antologico: «Love Story».

Disponibile su Disney+, la serie ci riporta nella New York degli anni Novanta, una città che la regia di Connor Hines trasforma in una sorta di acquario dorato, saturo di filtri caldi, sigarette fumate con eleganza e denim a vita alta.

È la ricostruzione di un mondo che non esiste più, se non nelle pagine ingiallite del New York Post o nei cataloghi di Calvin Klein, dove Carolyn Bessette (una Sarah Pidgeon brava nel restituire la sua fragilità algida) cercava di inventare sé

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