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Referendum giustizia, gli ultimi appelli: le ragioni dei due schieramenti

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di Silvia M.C. Senette

Da un lato chi invoca «una giustizia di buonsenso ispirata ai modelli europei», dall’altro chi teme «un indebolimento dell’autonomia della magistratura a favore di una pericolosa deriva politica»

Domenica e lunedì l’Italia torna ai seggi per un appuntamento che promette di incidere profondamente sull’architettura dello Stato: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Una consultazione senza quorum, dove ogni singolo voto peserà direttamente sulla riscrittura degli articoli 104, 105 e 110 della Carta. Al centro del dibattito non ci sono solo tecnicismi, ma due visioni opposte: da un lato chi invoca «una giustizia di buonsenso ispirata ai modelli europei», dall’altro chi teme «un indebolimento dell’autonomia della magistratura a favore di una pericolosa deriva politica».

Il fronte del sì

Il fronte del sì poggia la sua argomentazione principale sul concetto di «terzietà del giudice». L’avvocato Beniamino Migliucci, tra i promotori del comitato, inquadra la questione partendo dall’articolo 111 della Costituzione: «Un processo, per essere giusto, non può prescindere dalla parità delle parti, che devono essere equidistanti da un giudice terzo. Un tempo un presidente di tribunale disse che il pubblico ministero è fratello del giudice; io credo che nessuno vorrebbe farsi giudicare dal parente stretto

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