di Federico Fubini
Attacchi agli impianti in Qatar e Iran e tensioni su Hormuz riducono l’offerta globale di greggio. L’energia torna sotto pressione, mentre gli Usa valutano mosse straordinarie per frenare i rincari
Se il mercato del petrolio fosse perfetto — guidato da domanda e offerta, non da agende politiche e azioni di guerra — accadrebbe qualcosa che in questa guerra è alieno: andamenti uguali per tutti nel mondo e non uno scarto di quasi il 50% fra il prezzo euro-americano e quello in Asia. E se il mercato del gas non fosse stato trascinato nel conflitto del Golfo, con guasti duraturi a uno dei maggiori impianti al mondo, e il rischio di blocco delle forniture a Italia e Belgio, l’Europa ora non rischierebbe la seconda crisi strutturale dell’energia in quattro anni.
Invece le ultime 48 ore segnano un’ulteriore discesa nel conflitto, con gli impianti di petrolio e metano come ostaggi contro i quali entrambe le parti infieriscono. A un attacco israeliano su South Pars, le infrastrutture del giacimento di gas che Teheran condivide con Doha, è seguito quello iraniano sull’impianto qatariota di Ras Laffan. E poiché quest’ultimo è uno dei maggiori nel gas naturale liquefatto




