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Bossi, l’ultimo rivoluzionario (in canottiera): dall’idea della secessione a ministro per le Riforme

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di Antonio Polito

All’inizio fu forza eversiva e la minaccia di rottura dell’unità nazionale parve reale. Poi prevalse il realismo, rientrò nei ranghi

Umberto Bossi è stato l’ultimo rivoluzionario della politica italiana. Grillo al confronto è solo un arruffapopoli, una cometa, presto privato dalla scomparsa di Casaleggio di ogni pensiero strategico. Bossi è stato l’ultimo ad avere un’idea nuova, mutuandola dal progetto federalista del professor Gianfranco Miglio. Il partito da lui fondato, la Lega, è ancora oggi il più antico della Seconda Repubblica perché l’ha fatta nascere. La Prima aveva infatti cominciato a morire, prima ancora di Tangentopoli, proprio con l’affermarsi di questa forza politica eversiva dell’unità nazionale che, facendosi forte della rivolta fiscale del Nord, proponeva la spaccatura in due dell’Italia.

Non a caso il popolare e popolano Bossi veniva da sinistra. Negli anni ’70 aveva saltellato tra il gruppo del «Manifesto», il Partito di unità proletaria per il comunismo e il Pci. Massimo D’Alema sapeva quel che diceva quando lo definì «una costola della sinistra». Ma nel 1987 era già diventato il «Senatur», come lo chiamavano a Varese, dove fu eletto con i voti di un ceto operaio in trasformazione nel «popolo delle partite Iva».

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