
di Francesco Verderami
Volle un contratto dal notaio e «una stanza accanto a quella di Letta»
Se Silvio Berlusconi è stato il protagonista della Seconda Repubblica, Umberto Bossi ne è stato l’ideologo. Perché il bipolarismo non ruotò solo attorno alla figura del Cavaliere ma anche attorno all’agenda politica imposta dal fondatore della Lega con la «questione settentrionale». Per vent’anni divise l’Italia tra «federalisti» e «statalisti», mettendosi alla testa delle istanze dei territori contro le imposizioni di «Roma ladrona». E fu talmente forte il vento che fece spirare dal Nord sulla Capitale — con quelle idee all’apparenza folkloristiche della «Padania» e del «dio Po» — che alla lunga costrinse i suoi avversari a scimmiottarlo con la (disastrosa) riforma costituzionale del Titolo V.
La doppia coalizione
Berlusconi aveva subito compreso il carisma dell’uomo che avrebbe sdoganato «la canotta», quale forza sprigionasse su quel pezzo d’Italia produttiva che all’indomani di Tangentopoli si era ritrovata orfana della Dc. Così lo volle al proprio fianco quando scese in campo nel 1994, consapevole che senza Bossi non avrebbe vinto. E s’inventò persino una doppia coalizione — il Polo della libertà con la Lega e il Polo del Buongoverno con la destra — siccome il




