
di Paolo Valentino
Il politologo americano d’origine indiana al Corriere: «Ho sempre pensato che una Grande Potenza debba avere una certa moderazione in politica estera. Ma gli Usa hanno responsabilità globali»
«Le Grandi Potenze in genere non cadono perché conquistate da armate straniere, ma cadono perché si sovraccaricano di impegni verso la periferia, trascurando le sfide esistenziali. È ciò che sta facendo l’America». Considerato «il più influente analista politico della sua generazione», Fareed Zakaria è sempre molto attento ad applicare le lezioni della Storia nella lettura del presente. «C’è una tendenza irresistibile quando sei la potenza guida del sistema mondiale — dice al telefono da New York — a dilapidare tempo e risorse cercando di stabilizzare diverse parti del mondo, mettendo a posto regimi non graditi, risolvendo crisi momentanee e colmando vuoti di potere in regioni periferiche. Ma spesso dimentichi che la sfida centrale è l’emergere di nuove potenze globali che minacciano la tua egemonia».
Lei fa l’esempio della Gran Bretagna tra il 1880 e gli Anni Venti.
«Sì, il periodo in cui l’impero britannico era al suo zenit, ma si trovò invischiato in posti come Sudan, Somalia, Iraq e Giordania dove impiegò centinaia di migliaia di soldati




