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«Gli anni in tasca», compie mezzo secolo il film di Truffaut che racconta la capacità dei bambini di reinventare il mondo

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di Filippo Mazzarella

In dodici short story si mescolano fantasticherie, problemi con gli adulti, drammi e primi amori di un gruppo di bambini di Thiers, in Alvernia (Francia)

Il 17 marzo 1976 (da noi uscirà quasi un anno dopo) Gli anni in tasca/L’Argent de poche di François Truffaut arrivava nelle sale parigine come una delle opere più apparentemente lievi dell’autore (suo immediato predecessore, il cupo mélo Adele H,, una storia d’amore/L’Histoire de Adèle H., 1975).

Tuttavia, rivisto oggi, il film perde quasi tutta quella sua apparente leggerezza per rivelare una natura preveggente (e anche un po’ inquietante) di sguardo sul modo in cui l’infanzia resiste, inventa e sopravvive dentro le strutture sociali degli adulti che raramente sono costruite per proteggerla davvero.

Ambientato nella cittadina di Thiers, nell’Alvernia, il film è costruito come un mosaico di microstorie: episodi minimi, quotidianità, fantasie, piccole/grandi tragedie domestiche e primi turbamenti sentimentali.

La storia segue alcuni studenti delle scuole medie e tutto prende avvio da una cartolina che Martine (Pascale Bruchon) spedisce da Bruère-Allichamps a un cuginetto: da quel gesto si entra nella routine scolastica, dove il maestro Richet (Jean-François Stévenin) si distingue per un metodo paziente e dialogante, mentre

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