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Lo Stato vale 352 miliardi in Borsa: «In Italia solo le partecipate pubbliche possono investire sulle trasformazioni epocali»

di Francesco Bertolino

Il Tesoro e alla Cassa depositi controllano pacchetti azionari senza pari in Europa. Ai tempi dei dazi e dei sovranismi appare una garanzia di stabilità. Le nomine in Enel, Eni, Poste, Leonardo e Terna

«Eh, bisogna vedere come vanno le nomine». «Adesso sono tutti concentrati sulle nomine». «Se ne riparla dopo le nomine». Puntuale, ad ogni tornata, il rito delle nomine nelle società partecipate dallo Stato interrompe il normale flusso di lavoro di decine di enti pubblici e aziende. Nel 2026 sarà di quelli decisivi perché vanno al rinnovo i consigli di amministrazione di 17 partecipate, fra cui Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Banca Monte dei Paschi di Siena, Terna, Enav e Rai Way. Il grosso, insomma, della presenza dello Stato italiano in Borsa, che è diventata ormai preponderante.

Il boom dello Stato in Borsa

Le 14 partecipate scambiate a Piazza Affari capitalizzano infatti oltre 350 miliardi, quasi un terzo dell’intero listino milanese. Secondo il centro studi Comar, il peso di Enel, Eni & co è aumentato nel corso del 2025: la loro capitalizzazione complessiva è cresciuta del 38,7%, mentre quella di Borsa Italiana «soltanto» del 29,7%. Segno che lo Stato non è più considerato

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