«Perché i miei amici, progressisti americani, tacciono sulle atrocità iraniane? Perché la nostra causa è diventata un tabù in Occidente?». Il grido di accusa viene da una famosa scrittrice iraniana, femminista e di sinistra, che vive in esilio negli Stati Uniti. Si chiama Dina Nayeri, il suo libro più famoso è «Rifugio», romanzo autobiografico che riecheggia la storia della sua fuga da Teheran.
Per una coincidenza la sua lunga testimonianza sul dramma iraniano era uscita ieri sul sito del Wall Street Journal e oggi appare in prima pagina nel supplemento culturale del weekend. Non contiene alcun riferimento alla guerra in corso. È però una lettura istruttiva per capire il retroterra storico, gli enormi equivoci che hanno circondato la realtà iraniana dal 1979 a oggi, e anche le prime reazioni alle notizie di queste ore da Teheran.
Molti, anche in America, giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato e un’appartenenza di gruppo; le prime valutazioni dipendono più dall’opinione che ciascuno ha su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. D’altronde gli ultimi massacri del regime – di dimensioni senza precedenti – erano caduti nell’indifferenza occidentale.
«Piazze vuote, nessuna mobilitazione nei campus universitari per la nostra sofferenza», osserva la scrittrice




