
di Guido Olimpio
Gli armamenti, i sistemi di lancio e i rifugi. Qualche mese fa hanno «bucato» diverse volte lo scudo di Tel Aviv
L’Iran ha sviluppato negli anni un buon arsenale per poter colpire i nemici a distanza. Una conseguenza diretta della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein negli anni ’80. E da allora i suoi ingegneri, con l’aiuto di Cina, Russia, Nord Corea, hanno messo a punto sistemi poi impiegati nel duello con Israele ma anche per prendere di mira sia i curdi che i ribelli baluchi in Pakistan. Inoltre, fornendo alcuni vettori e droni a milizie amiche (come gli Houthi nello Yemen) hanno testato i mezzi in condizioni di combattimento reale. Un aspetto che ha permesso di aggiornare/modificare i suoi dispositivi.
Per Teheran questi apparati sono irrinunciabili in quanto rappresentano la miglior difesa, permettono di rispondere ad eventuali attacchi, tengono sotto tiro basi americane e bersagli nella regione.
La prima categoria di missili è composta da quelli a corto/medio raggio: si passa dai 300 chilometri dello Shahab 1 ai mille del Dezful. Al livello superiore ci sono «ordigni» con i quali i pasdaran sono in grado di raggiungere obiettivi in un range




