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Una rimpatriata che sembra «Tale e Quale Show»: Conti amministra, Pausini coi suoi modi caserecci non sfonda

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di Aldo Grasso

È un festival della memoria, con una regia un po’ piatta e confusionaria

Dunque, da che cosa cominciare, con quali parole? Con quelle di Pippo Baudo, dall’oltretomba. Giusto dedicargli il Festival, senza dimenticare che negli ultimi anni si sentiva abbandonato dalla «sua» azienda. Accanto a Carlo Conti come co-host principale c’è Laura Pausini: una coppia che mescola tradizione e pop, lei con quella sua voce «brillantinata e birignaosa», brava come cantante ma aggiunge poco alla scena con la sua presenza e i modi caserecci (non era meglio Giorgia, dopo la conduzione di X-Factor?). Algoritmico è il cielo, vuoto, abissale, chissà… Il Festival non consacra stelle, ormai distribuisce metriche – quelle degli ascolti, non quelle musicali. 

I trenta Big sono tali per definizione contrattuale: alcuni portano in dote anni di sorrisi e canzoni, altri un capitale sociale (follower). Un tempo si ascoltavano le canzoni; oggi si osservano le curve degli stream. Le note non sono più sette ma variabili di flusso, come i grafici delle piattaforme. Non si vendono dischi: si presidiano timeline. Altro ricordo, altro risarcimento: applausi per il maestro Peppe Vessicchio, cui la Rai non voleva riconoscere certi diritti d’autore, impedendogli di partecipare

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