
di Valerio Cappelli
Il grande direttore con l’opera che ha più interpretato nella sua carriera con la migliore regia di sua figlia Chiara: pugnali e armature, ma nessuno stereotipo medievale
Lady Macbeth entra sul palco da una buca rotonda, nel fango; ha una vestaglia bianca e un mantello rosso e una rosa scarlatta che poi distrugge; ottenebrata dall’ambizione, non le importa del male che infligge, salvo nella follia, che la scherma in una sorta di autodifesa.
Ma tutto è restituito dallo sguardo del protagonista. Siamo nella sua mente. Riccardo Muti è al Regio di Torino per la quarta volta in cinque anni, lo spettacolo andrà al Massimo di Palermo che lo coproduce: «Ho ridotto il numero delle orchestre che dirigo e ormai lavoro poco nei teatri. Ma con mia figlia Chiara lavorerò ancora, ha studiato con Strehler, ha molti dei miei difetti, a volte discutiamo, non fa la regia che io impongo, non è un rapporto padre e figlia, ma tra un direttore e una regista».
È un Macbeth nero, gli unici bagliori di luci corrispondono alle lame e vanno a comporre un mosaico riconoscibile come un grande occhio. E’ l’esplorazione del suo mondo




