
di Matteo Cruccu
Il fu genio dei Talking Heads è tornato in Italia dopo 8 anni, trascinando il pubblico tra pezzi della carriera solista e classici della band
Un allegra sarabanda, ma non per questo volatile: così è stato il ritorno di David Byrne in Italia, fu genio dei Talking Heads, otto anni dopo, con due serate agli Arcimboldi di Milano, se possibile ancor meglio invecchiato, ora che ne ha 73.
Si è presentato tutto in blu, completo similoperaio, la band «scomposta», come si dice in gastronomia, niente batterie fissate a terra per dire, ma in movimento; quattro ballerini che si disuniscono e si ricompongono, ogni tanto mettendosi in fila, come da trademark, dietro David, moderno pifferaio di Hamelin.
Perché il Nostro trascina il pubblico tra i ritmi sudamericaneggianti della carriera solista e i classici del periodo Talking Heads, alternando momenti di ilarità (come quando ricorda la sua pandemia) a riflessioni serie (scorrono le immagini della protesta dell’Ice e c’è un omaggio alla nostra Resistenza).
Impossibile stare seduti, come da programma, la sala diventa una bolgia lla maniera della New York underground degli anni’80 cara a David. Specie quando arrivano «Psycho Killer» o la conclusiva «Burning




