
di Paolo Giordano
Paolo Giordano: «Gli ultimi quattro anni, che poi sono 12, non hanno niente di normale o di neutrale. Dai luoghi sicuri non si capisce nulla della verità. C’è chi ha la forza di continuare a vedere la realtà, chi distoglie lo sguardo, chi la altera. E chi perde slancio e si stanca»
Nel quartiere dove abito, a Roma, c’è una chiesa in cui la comunità ucraina si riunisce ogni domenica. È dedicata a Sergio e Bacco, due santi soldati. Durante la messa i fedeli sono così tanti da saturare l’interno. Gli altri occupano parte della piazza, ascoltano la voce del sacerdote dall’altoparlante. Pregano per le cose per cui preghiamo tutti, e pregano per altre che non ci riguardano, la fine della guerra, la liberazione dell’Ucraina, i parenti e gli amici al freddo e al fronte. È questo surplus di preghiere a dare ai loro volti una contrizione particolare, che dal 24 febbraio 2022 non è mai davvero cambiata.
Tutto intorno c’è la vita romana, la fontana con i gradini su cui bivaccano i turisti, i tavolini dei bar, la pizza al taglio. Così la guerra a est continua a vivere anche qui, in questa




