
Caccia stealth, portaerei e bombardieri strategici ridisegnano gli equilibri nel Golfo. Washington prepara opzioni che vanno dal blitz chirurgico alla campagna prolungata, mentre i negoziati sul nucleare restano fragili e il rischio escalation incombe.
Gli Stati Uniti stanno concentrando in Medio Oriente la più imponente potenza aerea dalla guerra in Iraq del 2003, inviando caccia di quinta generazione, velivoli da guerra elettronica, piattaforme di comando e controllo e sistemi di difesa aerea avanzati. È un accumulo che non passa inosservato e che segna un salto di qualità nella pressione esercitata su Teheran. Il presidente Donald Trump non ha ancora dato il via libera a un attacco, ma ha chiesto ai suoi consiglieri una gamma completa di opzioni, dal colpo mirato contro infrastrutture nucleari e missilistiche fino a una campagna aerea su vasta scala capace di colpire i centri nevralgici del potere iraniano. Secondo fonti statunitensi, nei briefing alla Casa Bianca si è discusso di operazioni volte a massimizzare l’impatto strategico, compresa la possibilità di neutralizzare figure chiave dell’apparato politico e militare. Un’azione di questo tipo segnerebbe una rottura rispetto ai precedenti attacchi circoscritti, come l’operazione «Midnight Hammer» condotta a giugno contro tre siti nucleari iraniani. In quel caso si




