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La cucina italiana è patrimonio Unesco, ma i problemi della ristorazione restano

Lo scorso 10 dicembre 2025, New Delhi la cucina italiana entra nel patrimonio immateriale dell’umanità Unesco. Applausi in sala, spumante stappato (rigorosamente Franciacorta), comunicati stampa che si moltiplicano, dichiarazioni istituzionali che parlano di “traguardo storico” e “orgoglio nazionale“. Lunedì mattina, ore 6, al mercato generale di qualsiasi città italiana: gli chef continuano la loro battaglia quotidiana per trovare materie prime di qualità a prezzi che permettano di tenere in piedi un ristorante. Tra fornitori che non fanno sconti e costi che crescono, la distanza tra le celebrazioni istituzionali e la realtà delle cucine rimane notevole.

Perché sì, siamo i primi al mondo ad aver ottenuto il riconoscimento di un’intera tradizione culinaria nazionale – non una singola pratica come l’arte del pizzaiolo napoletano o la dieta mediterranea, ma proprio tutto il pachiderma della cucina italiana. Un risultato che fa discutere, entusiasmare, e solleva una domanda legittima: ma nelle cucine vere, quelle dove si suda e si impreca, cosa cambia

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