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Iran, le celebrazioni funebri diventano proteste contro il regime: «Se gli assassini mi dicono di piangere, io ballo e grido, rido e canto»

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di Greta Privitera

Quaranta giorni dopo la morte di un caro finisce il periodo di lutto. Da una settimana molte famiglie iraniane stanno sfidando gli ayatollah nei cimiteri, per ricordare i figli uccisi nelle notti dell’8 e 9 gennaio

Quando sparavano dritti in fronte, sapevano che sarebbe successo. Sapevano che la morte di quelle migliaia di persone – decine di migliaia secondo fonti interne – li avrebbe perseguitati almeno un’altra volta. Che non sarebbe finita con quella pallottola conficcata nel cuore, o nella testa, o nelle spalle. Il regime ha contato le caselle sul calendario per arrivare a quaranta. Ed eccoci, ci siamo: quaranta giorni dall’8, dal 9 gennaio, da quelle notti infernali in cui le Guardie rivoluzionarie, su ordine della Guida suprema, hanno massacrato con armi da guerra il popolo coraggioso che gridava «morte al dittatore», compiendo il massacro più grande nella storia della Repubblica islamica.

In Iran, il quarantesimo giorno dalla perdita di un figlio segna la fine del lutto tradizionale. Le famiglie si radunano sulla tomba dell’amato o dell’amata, per celebrarne la vita in una preghiera collettiva che è un addio. Ma questi riti si trasformano spesso in un’altra occasione per sfidare i tiranni,

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