Temuti e venerati. Allontanati con sassi, esplosivi, recinzioni elettriche e veleni, ma ritratti all’ingresso di numerosi templi, con un richiamo alla nascita del Buddha, la cui madre sognò un elefante bianco che entrava nel suo grembo. Privati del proprio habitat dall’espansione dell’agricoltura e dalla crescita demografica umana, ma protetti da una legge che dal 2021 ne ha sostanzialmente limitato l’impiego a fini turistici, per ridurne maltrattamento e sfruttamento. È questa la «doppia vita» degli elefanti asiatici (Elephas maximus) dello Sri Lanka. Una specie che differisce da quella africana – di savana e di foresta – principalmente per dimensioni (i primi sono più piccoli), zanne (solo pochi maschi asiatici le hanno, piccole e visibili, mentre negli africani sono presenti in entrambi i sessi), testa (doppia cupola nei primi, singola cupola negli africani), orecchie (nel secondo sono molto più larghe per dissipare il calore, mentre il primo ha orecchie più piccole e rotonde), numero di dita e unghie, e carattere (i primi sono considerati più docili, i secondi non sono addomesticabili).
In passato, elefanti ed esseri umani vivevano in armonia nel Paese: quando i contadini terminavano il raccolto, permettevano agli animali di nutrirsi delle stoppie. Ma negli anni la deforestazione, l’espansione agricola e degli




